Tuo figlio è un “pre-omosessuale”? Predire l’orientamento sessuale adulto.

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Esistono dei segnali, nel comportamento di certi bambini, che -probabilmente sin da quando sono esistiti dei bambini- hanno fatto sì che i genitori aggrottassero le ciglia con preoccupazione, che venissero intavolate discussioni precipitose con suocere sconvolte, che venissero rovinati matrimoni e che iniziassero innumerevoli dichiarazioni di negazione sessuale.

Tutti conosciamo gli stereotipi: quell’aria insolitamente leggera, delicata, effeminata nei primi passi del bambino, spesso accompagnata dalla mancanza di aggressività, da un interesse per le bambole, il trucco, le principesse, gli abiti e un convinto rifiuto per il gioco “mascolino” con gli altri bambini; nelle bimbe, c’è l’esternazione di un comportamento più maschile, forse anche un debole per la costruzione di oggetti, gli attrezzi, un’andatura goffa, un’inclinazione marcata alla lotta fisica con i maschi, un’avversione per tutto ciò che è profumato o delicato, per gli ornamenti tipici femminili.

 

E veniamo al sodo. E’ proprio ciò che questi comportamenti segnalano ai genitori riguardo all’incipiente sessualità dei propri figli che li rende così indesiderabili: tali schemi di comportamento sono temuti, detestati e spesso visti come diretti segnali dell’omosessualità adulta.

 

Ad ogni modo, solo di recente gli scienziati dello sviluppo hanno condotto studi controllati con in mente uno scopo preciso, vale a dire andare oltre i meri stereotipi e identificare accuratamente i segnali più affidabili di una futura omosessualità.

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Nell’osservare con attenzione l’infanzia di quelli che ora sono adulti gay, i ricercatori stanno individuando un intrigante insieme di indicatori comportamentali precoci che gli omosessuali sembrano avere in comune.

E, fatto abbastanza curioso, le ataviche paure omofobiche dei genitori sembrano avere una certa valenza genuinamente predittiva.

 

Nei loro scritti tecnici, i ricercatori in questo campo si riferiscono a potenziali gay e lesbiche in prospettiva come a “pre-omosessuali”. Questo termine non è perfetto: riesce in un colpo solo a gettare un’ombra sconfortante di determinismo biologico e di interventismo clinico. Ma si tratta, perlomeno, di un termine piuttosto accurato.

 

Sebbene non siano i primi scienziati a investigare gli antecedenti precoci dell’attrazione verso lo stesso sesso, J. Michael Bailey, psicologo della Northwestern University, e Kenneth Zucker, psichiatra canadese, hanno pubblicato una fondamentale ricerca sui segnali infantili dell’omosessualità, con il loro controverso articolo del 1995 su Developmental Psychology.

Lo scopo esplicito di tale ricerca, secondo gli autori, era di:

” valutare la possibile connessione tra il comportamento sessuale nell’infanzia e l’orientamento sessuale in età adulta”.

Una cosa da tenere a mente su questo specifico lavoro è che non si tratta di identificare le cause dell’omosessualità di per sé, ma piuttosto di indicizzare le correlazioni dell’infanzia con l’attrazione per lo stesso sesso.

In altre parole, nessuno vuole mettere in dubbio i fattori genetici sottesi all’omosessualità adulta o le ormai consolidate influenze prenatali; il presente lavoro, piuttosto, è indipendente rispetto a tali modelli causali.

E’ indirizzato invece a una semplice indicizzazione di quegli indizi comportamentali non-erotici che meglio predicono quali bambini saranno più inclini ad essere attratti da membri del proprio sesso in età adulta, e quali invece no.

 

Con “comportamenti di stampo sessuale” Bailey e Zucker si riferiscono a quella lunga -e ora scientificamente canonica- lista di differenze tra il comportamento tipico dei giovani maschi e quello delle giovani femmine.

In moltissimi studi, gli scienziati hanno documentato che tali differenze di genere sono per lo più indipendenti dall’apprendimento, e sono state riscontrate in ogni cultura esaminata (persino, come credono alcuni ricercatori, nei piccoli di altre specie di primati).

Ora, prima che inizi ad argomentare con eccezioni alla regola (ovviamente esiste una differenza tra i bambini e persino all’interno dello stesso bambino), mi preme aggiungere che è solo quando si comparano i dati raccolti che le differenze di genere raggiungono rilevanza statistica.

Le più salienti tra queste differenze si osservano nella sfera del gioco. I maschi tendono a lanciarsi in quello che gli psicologi dello sviluppo chiamano “gioco di parapiglia”, che è proprio così come suona, mentre le femmine si tengono timidamente alla larga dal gioco di lotta, preferendo invece la compagnia delle bambole alle ginocchiate sulle costole.

 

In realtà, i giocattoli interessano un’altra differenza fondamentale di genere, con i maschi che gravitano attorno a oggetti come armi giocattolo e modellini di auto e camion, mentre le femmine si orientano verso bambole o statuette dalle fattezze femminili accentuate.

I bambini di entrambi i sessi amano il gioco di fantasia -o di finzione-, ma i ruoli assunti dai due sessi all’interno del contesto fantastico sono già chiaramente suddivisi per genere sin dall’età di due anni, con le bimbe che recitano la parte, ad esempio, di mamme premurose, ballerine o principesse incantate, e con i bimbi che preferiscono nettamente dei personaggi più mascolini, come soldati e supereroi.

Non sorprende dunque che i maschi selezionano naturalmente altri maschi come compagni di gioco, mentre le femmine preferiscono giocare con altre femmine piuttosto che con i maschietti.

 

Sulla base di alcune precedenti ricerche, Bailey e Zucker hanno ipotizzato che gli omosessuali mostrino uno schema inverso di comportamenti infantili di stampo sessuale (i bimbi che preferiscono giocare con le femmine e che sono attratti dai trucchi della madre; le bimbe che sono stranamente interessate al calcio o al wrestling professionistico… quel genere di cose).

Empiricamente, spiegano gli autori, ci sono due modi di investigare sulla relazione tra i comportamenti di stampo sessuale e il successivo orientamento sessuale. Il primo consiste nell’utilizzare un metodo prospettico, in cui quei bambini che mostrano schemi sessuali atipici vengono seguiti longitudinalmente nell’adolescenza e nella prima età adulta, così che l’orientamento sessuale individuale può essere valutato alla sopraggiunta maturità riproduttiva.

Solitamente, ciò viene fatto utilizzando qualcosa come la famosa Scala Kinsey, che prevede un colloquio clinico semi-strutturato sul comportamento e sulle fantasie sessuali per valutare le persone su una scala da 0 (esclusivamente eterosessuali) a 6 (esclusivamente omosessuali).

Personalmente, sono un 6 pieno; dico spesso che a un certo punto della mia vita ho voluto uscire da una vagina, ma da allora in poi non ho avuto il benché minimo interesse di rientrarci.

 

Condurre studi prospettici di questo tipo non è molto pratico, spiegano Bailey e Zucker, per svariati motivi.

Prima di tutto, dato che solo circa il 10% della popolazione è omosessuale, occorre un numero estremamente alto di pre-omosessuali per ottenere successivamente un campione sufficiente di adulti gay, e ciò prevedrebbe un eccessivo campionamento di bambini, nel caso qualcuno risultasse gay.

Secondo, uno studio longitudinale per tracciare la sessualità dei bambini fino alla tarda adolescenza impiega un lasso di tempo lunghissimo (circa 16 anni), dunque l’approccio prospettico ha uno sviluppo molto lento.

L’ultimo, e forse il più grande problema con gli studi prospettici sull’omosessualità, è che non molti genitori sono inclini a far partecipare i propri figli. A torto o a ragione, si tratta di un argomento sensibile, e di solito sono solo i bambini che presentano comportamenti significativamente atipici (come disturbi d’identità di genere) che vengono portati nelle cliniche, e i cui casi vengono resi disponibili ai ricercatori.

 

Per esempio, in un numero del 2008 di Developmental Psychology, la psicologa Kelley Drummond dell’Università di Toronto e i suoi colleghi hanno intervistato 25 donne adulte che, da piccole (tra i 3 e i 12 anni), sono state portate dai genitori in una clinica di salute mentale per una valutazione.

A quell’epoca, tutte queste donne mostravano svariati indicatori diagnostici di un disordine d’identità di genere. Preferivano giocare con i maschi, insistevano a indossare vestiti da bambino, preferivano il gioco di “lotta” alle bambole, dichiaravano che alla fine sarebbe cresciuto loro il pene, o rifiutavano di urinare in posizione seduta. Da adulte, ad ogni modo, solo il 12% di queste donne è cresciuto con la sensazione sconfortante che il proprio sesso biologico non corrispondesse alla propria identità di genere.

Piuttosto, le storie dell’infanzia di queste donne erano molto più predittive del loro orientamento sessuale adulto. Infatti, i ricercatori hanno scoperto che le probabilità che queste donne riportassero un orientamento bisessuale/omosessuale erano fino a 23 volte più alte di quanto non accada normalmente in un campione generico di giovani donne. Non tutti i “maschiacci” diventano lesbiche, ovviamente, ma questi dati suggeriscono che spesso le lesbiche hanno una storia di comportamenti sessuali orientati a mischiare i generi.

 

Lo stesso discorso vale per i maschi omosessuali. Nel loro report del 1995, Bailey e Kenneth Zucker hanno rivelato che, negli studi retrospettivi (il secondo metodo utilizzato per esaminare la relazione tra comportamento infantile e orientamento sessuale in età adulta, in cui gli adulti rispondono semplicemente a domande sulla loro infanzia), l’89% dei maschi gay campionati a caso ricordava comportamenti d’infanzia orientati a mischiare i generi, superando quelli del maschio eterosessuale medio.

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Alcuni critici hanno messo in dubbio l’approccio retrospettivo generale, affermando che i ricordi dei partecipanti (sia gli individui gay che quelli eterosessuali) possono essere distorti per incontrare le aspettative della società e gli stereotipi su come etero e omosessuali possano essere da bambini.

Ma in un brillante e recente studio pubblicato in un numero del 2008 di Developmental Psychology da Gerulf Rieger della Northwestern e dai suoi colleghi, le prove emerse dai filmati amatoriali d’infanzia hanno convalidato il metodo retrospettivo, facendo ipotizzare ad alcune persone i futuri comportamenti sessuali tipici di alcuni bambini, sulla base di ciò che osservavano sullo schermo. Gli autori hanno scoperto che “quei bambini che, da adulti, si identificavano come omosessuali, venivano reputati non-conformi al genere già da bambini”.

 

Da allora, numerosi studi hanno replicato questo schema generale di scoperte, che rivelano tutte dei forti collegamenti tra la devianza infantile rispetto alle norme del ruolo di genere e l’orientamento sessuale adulto. E’ stato anche provato l'”effetto dosaggio”: più caratteristiche di non-conformità al genere vengono riscontrate nell’infanzia, e con più probabilità in età adulta sarà presente un orientamento di tipo omosessuale/bisessuale.

 

Ma ci sono svariate e molto importanti riserve rispetto a questi studi.

Sebbene il comportamento atipico rispetto al genere nell’infanzia sia correlato fortemente all’omosessualità adulta, si tratta comunque di una correlazione imperfetta. Non tutti i piccoli maschi a cui piace indossare vestitini crescono scoprendosi gay, e non tutte le piccole femmine che odiano i vestitini si scoprono lesbiche. Parlando per me stesso, ero piuttosto androgino, e da piccolo mostravo schemi di comportamento sessuale tipici e atipici al contempo. A dispetto della teoria preferita dai miei genitori, che fossi semplicemente un piccolo Casanova, le scoperte di Zucker and Bailey spiegano meglio quella vecchia istantanea Polaroid in cui 11 dei 13 altri bambini alla festa del mio settimo compleanno erano in realtà bambine. Eppure, non ero nemmeno un bimbo esageratamente effeminato, non venivo preso in giro per essere “una ragazzina”, e all’età di 10 anni ero fastidioso, sguaiato e in linea con i miei altri amici maschi.

 

A dirla tutta, all’età di 13 anni, ero già profondamente immerso nelle norme sociali di stampo mascolino; nel mio caso, ho iniziato a praticare la lotta libera come sport alle scuole medie per rimediare alla mia corporatura piuttosto ossuta, ma così facendo sono ironicamente diventato più consapevole del mio orientamento omosessuale.

Dati interessanti su diverse culture, pubblicati da Fernando Luiz Cardoso della Santa Catarina State University in un numero del 2008 di Archives of Sexual Behavior, hanno mostrato che i giovani maschi omosessuali sono attratti dagli sport solitari, come il nuoto, il ciclismo o il tennis, piuttosto che da sport più “duri” e da contatto, come il calcio o il football americano; inoltre, sono anche meno propensi a essere dei “bulletti” nell’infanzia. Ricordo chiaramente che durante la ricreazione in seconda elementare stavo seduto al tavolo con le bambine, mentre i maschi erano fuori in giardino a giocare a calcio, e pensavo dentro di me che fosse piuttosto strano.

 

Un’alta “falla” è che i ricercatori in questo settore ammettono prontamente che esistono probabilmente multipli -e senza dubbio molto complicati- percorsi di sviluppo che conducono all’omosessualità adulta.

I fattori biologici ereditari interagiscono con le esperienze ambientali per produrre risultati fenotipici, e ciò vale per l’orientamento sessuale così come per qualsiasi altra variabile all’interno della popolazione. I dati prospettici e retrospettivi discussi negli studi in corso spesso rivelano tratti emergenti precoci nei pre-omosessuali, ma ad ogni modo quei bambini che mostrano pronunciati comportamenti sessuali atipici possono avere “più” di un semplice bagaglio genetico a spiegare le proprie inclinazioni, laddove gli adulti gay che da bambini avevano comportamenti tipici possono rintracciare l’origine della propria omosessualità direttamente in esperienze particolari vissute nell’infanzia.

Per esempio, in caso piuttosto sbalorditivo di quella che chiamo personalmente “scienza del diciamo-il-contrario” (una scienza che produce dati che si ribellano ai sentimenti popolari, politicamente corretti o emotivamente piacevoli), delle nuove e controverse scoperte pubblicate quest’anno nell’Archives of Sexual Behavior suggeriscono in modo intrigante che gli uomini -ma non le donne- che sono stati vittime di abusi sessuali da bambini avranno più probabilità di sviluppare relazioni omosessuali da adulti rispetto agli altri maschi.

Indipendentemente dai nessi causali, ad ogni modo, nulla di ciò implica in alcun modo che l’orientamento sessuale sia una scelta. In realtà, viene implicato l’esatto opposto, dal momento che le esperienze erotiche pre-pubertà possono consolidarsi in seguito in orientamenti e preferenze sessuali irreversibili, come ho già discusso in un articolo precedente sulle origini infantili dei feticci e delle parafilie.

 

In questi giorni va di moda dire che qualcuno è “nato gay”, ovviamente, ma se ci pensiamo in un modo un po’ più critico, risulta strano, e probabilmente nonsense, riferirsi a un infante appena nato, fasciato nelle copertine e ancora attaccato al seno della madre, come a un omosessuale. Apprezzo le motivazioni anti-discriminatorie, ma se continuiamo a insistere su discorsi politicamente corretti senza considerare fattori di sviluppo post-natali più complessi, siamo davvero pronti a etichettare dei neonati come LGBT?

 

Arriviamo ora alla domanda più importante di tutte. Perché i genitori si preoccupano così tanto se il proprio figlio sia gay o meno? Magari non sei uno di questi genitori nervosi… magari ti piace pensarti indifferente alla sessualità di tuo figlio, fintanto che lui (o lei) è felice.

Per molte persone, credo che questo possa essere in parte vero.

Da un punto di vista evolutivo, non occorre dirlo, l’omofobia genitoriale è perfettamente logica: i figli gay e le figlie lesbiche con molta probabilità non si riprodurranno (a meno di diventare molto creativi). Oserei dire, seguendo il filo del discorso, che persino nelle attuali comunità più aperte mentalmente, fare outing con i propri genitori sia una cosa molto più semplice per quegli individui gay che hanno la fortuna di avere fratelli o sorelle dichiaratamente eterosessuali, i quali possano perpetuare il proprio patrimonio genetico.

Per quanto riguarda il sottoscritto, con un fratello maggiore e una sorella in grado di riprodursi (non tra loro, ovviamente), e con schiere di nipotini e nipotine, almeno mio padre non deve preoccuparsi che il suo patrimonio genetico si estingua.

In qualsiasi caso, credo sia molto meglio per i genitori riconoscere che l’origine delle proprie preoccupazioni sull’avere un figlio gay sia dovuta ad interessi genetici inconsci, piuttosto che illudersi di essere completamente indifferenti al fatto che il proprio figlio (o la propria figlia) si sia “scoperto” gay.

 

Una cosa che i genitori devono tenere a mente è che occorre sottolineare che, poiché il successo genetico è calcolato in termini di evoluzione biologica come la percentuale relativa dei geni di un individuo che viene trasmessa nelle generazioni successive (piuttosto che il semplice numero di figli, di per sé), ci sono altri modi, per quanto tipicamente meno vantaggiosi, in cui tuo figlio (o tua figlia) può contribuire al tuo successo genetico, che la mera riproduzione sessuale.

Per esempio, non so di preciso quanti soldi o fama acquisita possano avere, per esempio, i parenti più stretti di Elton John, ma posso soltanto immaginare che le loro possibilità di riproduzione siano decisamente più favorevoli di quanto non sarebbero senza lui nel proprio albero genealogico.

Dunque, ecco il mio messaggio: coltiva il talento naturale del tuo giovane pre-omosessuale, e la tua ricompensa in termini di patrimonio genetico potrebbe essere più grande con un singolo figlio gay molto speciale di quanto non sarebbe con dieci figli eterosessuali ma mediocri.

 

Occorre notare un’ultima cosa, che ha a che fare con il futuro di questa ricerca e con la sua applicazione nel mondo reale. Se i ricercatori dovessero perfezionare la predizione dell’orientamento sessuale adulto nei bambini, quali sarebbero le implicazioni? I genitori vorrebbero sapere? Spesso, a posteriori i genitori dicono ai propri figli gay: “L’ho sempre saputo”. Ma col senno di poi è facile; qui stiamo parlando della possibilità di sapere veramente, in modo definitivo, e senza alcun dubbio, che il proprio figlio diventerà gay, già da un’età molto precoce.

 

Non sono un genitore, ma poiché sono stato pre-omosessuale posso dire che forse un po’ di preparazione da parte degli altri avrebbe reso la cosa più semplice per me, anziché dover temere costantemente il rifiuto o preoccuparmi di nascondere certi atteggiamenti per non essere “scoperto”. Se non altro, avrebbe evitato quelle imbarazzanti e incessanti domande quando, in età adolescenziale, mi veniva chiesto perché non uscissi con qualche ragazza carina (o domande da parte della ragazza carina in questione, sul perché uscissi con lei ma non “facessi nulla”).

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Articolo di Jesse Bering, Research Psychologist of Queen’s University Belfast, pubblicato su Scientific American Mind 

 

 

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