Le tue Decisioni Derivano dal tuo Cervello Evoluto o Primitivo?

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Il neurologo MacLean ritiene che tre parti del cervello si siano evolute mantenendo una certa indipendenza funzionale:

il cervello del rettile sarebbe responsabile dei comportamenti automatici più primordiali, quello dei mammiferi primitivi sarebbe associato alle emozioni, mentre quello dei mammiferi più evoluti alla sfera cognitiva.

Le decisioni che prendiamo ogni giorno possono essere motivate da un’attenta considerazione della parte del cervello evoluta (lobo frontale / funzioni esecutive), oppure da istinti di sopravvivenza dettati dalla paura, che derivano dalla parte del cervello più primitiva.

Quando le decisioni vengono prese dalla nostra mente superiore, di solito conducono ad esiti positivi. Per contro, le decisioni dettate dagli istinti di sopravvivenza del passato possono crearci spesso problemi.

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Faccio un esempio pratico: Giovanni, un ingegnere di successo, ha mostrato episodi di procrastinazione, dubbio e paura nel prendere  decisioni. Durante l’infanzia di Giovanni, il padre si dimostrava ansioso e gli obiettava molte cose. Temendo le critiche e la collera del padre, Giovanni le tentava tutte per non contraddirlo, ovvero cercando di trovare le risposte “giuste”. Da adulto, in ambito lavorativo, prova nuovamente la paura di un ragazzino che affronta alte aspettative senza avere gli strumenti per farlo.

Qui, la causa della paralisi di Giovanni non era la sua ansia, ma il mancato accesso alle capacità di riflessione e alla prospettiva della propria mente superiore. Rivivere certe situazioni è come un flashback emozionale, o come un sogno, in quanto ci troviamo imbrigliati nella nostra storia, e non riusciamo a riconoscere che si tratta solo di uno stato d’animo.

 

L’effetto delle paure nascoste sulle nostre decisioni

 

Le paure dell’infanzia che abbiamo tenuto nascoste a noi stessi possono intrufolarsi nelle nostre reazioni del presente, senza che ce ne accorgiamo, e quindi dare luogo a decisioni difficili e giudizio annebbiato.

Riflessi condizionati, schemi di comportamento e dialoghi interiori, modellati nella crescita dalle esperienze di attaccamento, sono adattamenti dell’infanzia che si sviluppano per la sopravvivenza emotiva, che può persistere anche in età adulta, fuori contesto.

 

Come un rilevatore di fumo troppo sensibile, le reazioni d’allarme possono attivarsi in assenza di un vero pericolo, innescate da situazioni che inconsciamente ricordano avvenimenti che in passato ci hanno procurato ansia. Quando ciò accade, riviviamo degli stati d’animo “sovraccaricati”, credendo di essere in pericolo quando invece non lo siamo, e sottostimando la nostra attuale capacità di affrontarli.

 

Le tipiche paure dell’infanzia includono la paura di:

 

essere in torto (derivante dall’essere stati criticati),

vergogna/fallimento (dall’essere stati sgridati),

falsa speranza/disappunto (dall’imprevedibilità delle cose),

essere feriti (da mancata sicurezza, abuso),

perdita/abbandono (da mancanza di affetto, perdita)

rifiuto/perdita di approvazione (da critiche, genitori autoritari)

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In uno scenario migliorato, mentre Giovanni capiva ciò che stava succedendo, ha iniziato a ripercorrere i propri passi, notando la paura, riconoscendola come istinto ormai obsoleto. Ha imparato a riconoscere il dialogo interiore ansioso e negativo e a rompere l’incantesimo, facendo una passeggiata e ascoltando della musica (un’attività non verbale dell’emisfero destro del cervello) per cambiare il proprio assetto mentale e smettere di pensare.

Una volta calmo, si preparava in modo attivo, “rafforzandosi” prima di prendere una decisione. Visualizzando il ragazzo ansioso che era stato, ricordava a se stesso che in passato sbagliare era pericoloso, ma ora non lo è più. Non importa quanto sia complicata la situazione che gli si presenta, ora è bravo abbastanza da poterla superare. L’adulto che è in lui è perfettamente capace di prendere una decisione e di gestirne le conseguenze.

 

Le decisioni della mente più sviluppata sono spesso diverse da quelle dettate dalla paura, ma si può giungere alla stessa decisione attraverso entrambe le strade. Ciò che determina l’esito finale sono le motivazioni di base e lo schema di pensiero. Le decisioni motivate dalla paura possono lasciarci invischiati in vecchi schemi mentali.

 

Un altro esempio: essendo cresciuta fra trascuratezza, perdita e imprevedibilità, Debora reagisce con distacco alle situazioni di intimità affettiva. Guidata inconsciamente dalla paura di una delusione e di un abbandono, ha deciso di lasciare per prima Daniele, in modo da proteggersi da un possibile abbandono di lui.

In uno scenario ideale(ecco che entra in gioco la mente più alta), Debora riconosce il suo familiare istinto di correre via e non dipendere mai da nessuno. Si ricorda che non poteva fare affidamento sulla madre, in passato. Ora invece ricorda a se stessa che è un’adulta ormai, e che tutto andrà bene. Non c’è alcun bisogno di scappar via.

 

Debora si impegna e collabora per far funzionare il matrimonio, ma alla fine decide di andarsene, questa volta guidata dalla chiarezza, dalle prospettive e dalla realtà dei fatti: non più come vittima. Sebbene provi perdita e tristezza, il fatto di prendere una decisione attraverso la propria mente evoluta le permette di sentirsi più padrona della situazione, meno arrabbiata, e finalmente libera di andare avanti.

 

Le paure primitive sono mosse dalla percezione della mancanza di sicurezza.

 

Le paure psicologiche primitive formatesi nelle relazioni di attaccamento primario sono guidate dalla percezione di una mancata sicurezza nei confronti degli altri. La sicurezza dell’attaccamento a un soggetto primario che si prenda cura di noi è un bisogno biologico di base, che influenza lo sviluppo cerebrale, la regolazione emotiva e persino l’espressione dei tratti genetici.

I bambini reagiscono istintivamente a ciò che minaccia quest’attaccamento come a una questione di sopravvivenza, cercando di ritrovare un equilibrio. Entrano in gioco reazioni d’allarme, innescando un tentativo istintivo di regolare il proprio stato emozionale e quello dei propri genitori, proteggendo pertanto la relazione di attaccamento.

 

Riconoscere gli schemi mentali primitivi

 

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Gli schemi di pensiero primitivi sono caratterizzati da un senso d’urgenza, alte aspettative, rigidità e ripetitività. Possiamo imparare a individuare tali schemi e fare un passo indietro per intervenire, portando la nostra mente più evoluta a gestire ed espandere la nostra capacità di adattamento. Quando estendiamo le nostre conoscenze e prospettive adulte a tali schemi infantili, riusciamo a guarirci, potendo finalmente agire mossi dalla forza più che dalla paura, e ad avere più controllo sulle nostre decisioni e sul nostro comportamento.

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