La perdita di memoria dovuta all’ Alzheimer viene invertita per la prima volta con un nuovo approccio

Un piccolo studio esplorativo ha scoperto che la perdita di memoria nei pazienti con l’Alzheimer può essere invertita, e il miglioramento mantenuto, utilizzando un nuovo trattamento. Lo studio, che ha coinvolto 100 pazienti, ha utilizzato una combinazione di terapie personalizzate per aiutarli ad invertire la perdita di memoria (Bredesen, 2014).

Alcuni pazienti erano disorientati mentre guidavano, altri confondevano nomi e altri ancora erano stati costretti a lasciare il lavoro. Nel giro di tre-sei mesi di trattamento, tutti i pazienti tranne uno hanno visto miglioramenti oggettivi o soggettivi nella loro memoria. Chi era stato costretto a lasciare il lavoro, è riuscito a tornare.

Uno dei pazienti era un avvocato di 55 anni che aveva sofferto di perdita di memoria per quattro anni, ma ha mostrato in incredibile miglioramento grazie al programma: “Dopo cinque mesi di programma terapeutico, ha notato che non avevo più bisogno dell’iPad per prendere note , e non dovevo più registrare le conversazioni. “

E’ riuscito a tornare a lavoro, imparare lo spagnolo, e ha iniziato ad apprendere una nuova specialità legale. I suoi figli hanno notato che non si perdeva più nel mezzo di una frase, non pensava più di avergli chiesto di fare qualcosa che, in realtà, non aveva detto, e rispondeva alle loro domande con velocità e memoria normali.

Il professor Dale Bredesen, che ha guidato lo studio, ha spiegato che la chiave si trova in un approccio multi-sistema: “Le medicine per l’Alzheimer attuali prendono di mira un solo obiettivo, ma l’Alzheimer è più complesso. Basta immaginare di avere un tetto con 36 buchi, e le medicine riescono a chiudere molto bene solo un buco, ma ci sono ancora altre 35 infiltrazioni, e quindi questo processo potrebbe non essere molto efficace.”

Ad ogni paziente è stato dato un programma preciso, che spesso includeva cose come esercizio fisico, sonno a sufficienza, praticare yoga, stimolazione del cervello e prendere integratori di vitamina D3 e melatonina. Nel complesso, il piano terapeutico del Professor Bredesen ha 36 punti, la combinazione esatta di questi è fatta appositamente per ogni paziente.

E’, però, stato il primo a dire che lo studio è ancora da ampliare:

“Questa è la prima dimostrazione di successo. I risultati attuali richiedono un trial più ampio, non solo per confermare o confutare i risultati qui riportati, ma anche per rispondere alle domande chiave poste, come il grado di miglioramento che può essere raggiunto, fino a che punto il corso del declino cognitivo può essere influenzato e invertito, se tale approccio può essere efficace su pazienti con Alzheimer familiare, ed infine, per quanto possono essere sostenuti i miglioramenti.”

Comunque, anche se lo studio è piccolo, i risultati sono illuminanti e danno speranza.

 

Tags: