Crisi dei Migranti: cosa è che ci fa essere “pro” o “contro”?

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 La crisi dei migranti che sta attualmente avendo luogo in Europa, ha fornito risposte emotive molto differenti: da un lato abbiamo visto la Germania applaudire all’arrivo dei migranti dopo un lungo viaggio, e dall’altro lato abbiamo visto Paesi come l’Ungheria rispondere in maniera completamente opposta.

In tutte le nazioni europee, nessuno è rimasto comunque indifferente: cortei di protesta contro i piani di accoglienza hanno corrisposto a reazioni uguali e contrarie da parte di chi invece è più favorevole all’accoglienza.

 

C’è anche una enorme varietà non solo tra le reazioni dei cittadini, ma anche dei loro governi, che stanno rispondendo in maniera molto differente tra loro all’emergenza dei cittadini di Siria, Nord Africa e Medio Oriente che richiedono asilo.

 

Tutte queste reazioni sono determinate da un insieme di valori politici, valutazioni economiche e, sopratutto, dall’evoluzione del cervello umano.

 

 Una delle prime cose da tenere a mente è che le reazioni più negative nei confronti degli immigranti sono  anche le più naturali e, in un certo senso, parte di ciò che siamo

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Spiega Steven Neuberg, un ricercatore di Psicologia della Arizona State University che studia le relazioni di gruppo ed i pregiudizi.

Ma quando parlo di “reazioni naturali”, non voglio dire che siano positive. Il loro valore etico è determinato in modo esclusivo dai diversi sistemi morali di ogni società.

La minaccia dell’ “altro”

Dal punto di vista strettamente evoluzionistico, il nostro cervello è calibrato per reagire a determinati pericoli che avrebbero potuto danneggiare i nostri antenati, come ad esempio le minacce all’incolumità fisica, le malattie infettive, e le minacce alle risorse. Gli esseri umani però, diversamente dagli altri animali, si mettono sulla difensiva anche quando vedono messi in pericolo i valori del proprio gruppo. Valori che, spesso, si traducono in regole e leggi che limitano la libertà di comportamento dell’individuo per il bene del gruppo.

E spesso, non ha nessuna importanza quali siano i valori dello “straniero”: Neuberg ed i suoi colleghi hanno dimostrato che un campione scelto a caso tra i propri studenti percepivano sia le attiviste femministe, sia i fondamentalisti cristiani come ugualmente minacciosi, nonostante il fatto che questi due gruppi non potrebbero essere più lontani ideologicamente.

Entrambe i gruppi vengono percepiti come limitanti delle libertà e dei diritti del campione di intervistati,

spiega Neuberg.

Gli immigranti, sia che si tratti di rifugiati che di persone che cercano semplicemente una vita migliore, possono provocare risposte automatiche che provengono dalle nostre paure ancestrali. Persone che provengono da un altro gruppo sociale sono spesso percepite come potenzialmente pericolose per il nostro gruppo di appartenenza.

Specialmente quando si tratta di giovani maschi, gli stranieri sono visti come pericolosi per l’incolumità fisica degli appartenenti al “nostro” gruppo.

Ed effettivamente, molti di coloro che si oppongono all’accoglienza dei migranti puntano il dito sul numero di giovani uomini presenti tra i richiedenti asilo. Anto Dapic, il leader del partito di Destra della Croazia, ha recentemente dichiarato ai media che sarebbe disposto ad ospitare donne e bambini, “Ma non giovani uomini che sembra siano appena usciti dalla palestra.” Secondo quanto riportato dall’Irish Times.

Il fatto che molti dei richiedenti asilo siano Musulmani che cercano di entrare in nazioni laiche, o più tradizionalmente Cristiane, non fa altro che esacerbare la percezione di pericolo. Lo scontro con un valore forte come quello religioso può purtroppo inasprirsi fino a portare ad un conflitto.

A New York, ad esempio, la scorsa estate un gruppo di proprietari di negozi, di religione Ebraico-Hassidica, sistemò sulle vetrine dei propri negozi alcune insegne, in cui si proibiva l’ingresso a chi indossava magliette senza maniche e scollature troppo ampie. I negozianti sono stati denunciati dalla Commissione per i Diritti Umani per discriminazione contro le donne, e sono stati obbligati a rimuovere i cartelli.

Mabel Berezin, docente di Sociologia alla Cornell University, spiega:

L’immigrazione in realtà non è un fenomeno sconosciuto in Europa, e sopratutto la seconda Guerra Mondiale ha causato il trasferimento di grossi gruppi di popolazioni da una nazione all’altra. Bisogna anche considerare che il tasso di natalità in Europa continua a scendere, il che significa che molto probabilmente avremo bisogno di una massiccia immigrazione per tenere in piedi il nostro sistema sociale.

Ma la crisi del 2008 ha creato una sensazione di scarsità in Europa, e la crisi greca non ha certo aiutato a risollevare gli animi. Ed all’improvviso ci siamo trovati nel mezzo di una incredibile crisi umanitaria, e ci viene richiesto non solo di contribuire economicamente, ma anche in termini di spazio fisico. Il risultato è stato un pericoloso risvegliarsi del nazionalismo delle estreme destre

 

Superare il “noi” contro “loro”

Ma non tutti in Europa vogliono chiudere le porte. Circa 12,000 islandesi ad esempio, hanno firmato una petizione per richiedere al proprio governo di aumentare le quote dei rifugiati.

Alcune delle reazioni possono essere attribuibili alle diverse situazioni economiche dei paesi coinvolti. I tedeschi, con la loro economia relativamente forte, possono sentirsi più disposti a condividere che non gli ungheresi, che godono di una situazione economica non altrettanto felice.

Ma è anche possibile che l’essere umano superi i propri limiti evolutivi.

Sempre Neuberg, dice:

Il cervello umano è molto interessante. Possiamo controllare i nostri impulsi principali, e lo facciamo spesso. Ogni giorno vediamo azioni meravigliose e spontanee, che si ergono ad esempi di comportamento morale.

Ma agire contro i nostri impulsi non è cosa semplice, ed è per questa ragione che apprezziamo tanto le buone azioni e gli esempi “eroici”. E certi fattori esterni determinano il nostro comportamento: se ci sentiamo meno vulnerabili, meno in pericolo, ci sentiamo anche meno minacciati da un estraneo, e quindi reagiamo in maniera più generosa.

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 E poi c’è la famosa empatia. La conosciuta fotografia del piccolo Aylan ha fatto il giro del mondo in poche ore, commuovendo tutto il pianeta.
In un certo senso, la fotografia di Aylan ha diminuito la distanza fra “noi” e “loro”. Aylan aveva addosso una t-shirt e delle scarpe da tennis, come un qualsiasi bimbo di tre anni negli Stati Uniti o Europa. Vedendo il bimbo come simile ai nostri bambini, molte persone sono state portate ad identificarsi con il padre di Aylan ed il suo dolore.
È un processo che in psicologia si chiama presa di prospettiva. È relativamente facile acquisire la prospettiva di un’altra persona, e capire come si possa essere sentito il padre del bimbo. Ed una volta che si riesce a mettersi nei panni dell’altro, è semplice vedere l’altro come parte del “noi”.

 

 

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